Don Iachino, una vita al servizio della comunità

Don Antonino Iachino, sacerdote segnato dal Concilio Vaticano II, ha vissuto la carità come ascolto, giustizia e responsabilità comunitaria accanto ai poveri.

Nella stagione in cui la Chiesa italiana cercava nuove strade per dare concretezza al Vangelo, la figura di don Antonino Iachino si caratterizza come quella di un sacerdote capace di tenere insieme fede, analisi dei bisogni e responsabilità comunitaria.  Un interprete lucido delle trasformazioni in atto e delle sfide poste alla comunità cristiana nel passaggio dagli anni Sessanta ai Settanta.  Sulle orme di due maestri come mons. Giovanni Ferro – arcivescovo di Reggio Calabria Bova dal 1950 al 1977 – e don Italo Calabrò, primo direttore della Caritas diocesana di Reggio Calabria e tra i fondatori di Caritas Italiana e cui è stato il successore dal 1985 al 2007, nonché Delegato regionale della Calabria dal 1991 al 1997 e membro di Presidenza di Caritas Italiana nello stesso periodo.

Don Iachino appartiene a quella generazione di preti segnata in profondità dal Concilio Vaticano II. Il suo ministero prende forma dentro un cambiamento ecclesiale che spinge a uscire dalle sacrestie per abitare la storia, leggere i segni dei tempi e riconoscere nei poveri non solo destinatari di aiuto, ma soggetti di una domanda di giustizia. In questo orizzonte, la carità non è più riducibile a gesto individuale o a risposta episodica, ma diventa dimensione strutturale della vita della Chiesa.

Una carità capace di leggere la storia

Il suo nome è legato in particolare  allo sviluppo della Caritas di Reggio Calabria, non solo come organismo, ma come metodo: ascolto dei territori, capacità di lettura delle marginalità, collaborazione con realtà civili e istituzionali. Una carità che educa, che denuncia, che costruisce relazioni e che non teme di interrogare le cause delle povertà; la convinzione che la carità debba avere anche una dimensione culturale e politica, capace di incidere sulle strutture che producono esclusione.

Negli anni in cui le città italiane crescono in modo disordinato e si acuiscono le disuguaglianze, don Iachino si muove come un osservatore attento. La sua azione pastorale non è centrata sull’organizzazione di servizi, ma punta a costruire comunità consapevoli, in grado di leggere criticamente la realtà.

La Caritas, in questa visione, non è solo un braccio operativo della Chiesa, ma uno strumento pedagogico: educa alla solidarietà evangelicamente ispirata, e che trova nella Costituzione repubblicana, un’altra fonte d’ispirazione e al contempo l’esempio concreto di un dialogo fecondo tra appartenenza ecclesiale e impegno dentro la città dell’uomo  

La coscienza prima di tutto: dalla parte dei poveri

Chi lo ha conosciuto ne ricorda la capacità di ascolto e l’attenzione alle persone. Le origini popolari mai rinnegate, un carattere forte, in certi casi spigoloso – addolcito negli anni – che non gli impediva di chiedere scusa quando s’accorgeva di avere ferito qualcuno. La guida costante anche in altri ambiti del suo ministero sacerdotale. Solo per citarne alcuni: la parrocchia, l’Azione Cattolica. Le scelte coraggiose di rottura che lo hanno esposto in prima persona nella lotta accanto ai più poveri perché venissero riconosciuti come persone titolari di diritti e di doveri. L’impegno per la chiusura dell’ospedale psichiatrico di Reggio Calabria e l’apertura della prima casa-famiglia per i dimessi dell’ospedale psichiatrico; il contrasto alla ‘ndrangheta, la promozione dell’Obiezione di Coscienza e il Servizio Civile, dell’Anno di Volontariato sociale.  Un uomo che ha posto la coscienza al primo posto, il resto dopo: così ha conquistato autorevolezza e credibilità sul campo, oltre il perimetro della comunità ecclesiale.

La sua eredità resta attuale. In un tempo in cui le povertà si trasformano e si moltiplicano, l’esperienza di don Antonino Iachino continua a offrire criteri preziosi: partire dall’ascolto, leggere i contesti, lavorare in rete, educare alla responsabilità. Ma soprattutto ricordare che la carità, per essere autentica, deve sempre interrogare le coscienze e contribuire a costruire una società più giusta. Rileggere oggi la sua figura significa allora recuperare una visione esigente della carità cristiana. Non un ambito tra gli altri, ma il cuore di una Chiesa che vuole essere segno credibile nel mondo. In questa prospettiva, don Iachino non è solo una figura del passato, ma un testimone capace di parlare al presente, indicando una strada su cui continuare a camminare.

Aggiornato il 05/06/26 alle ore 15:12