25 Giugno 2026

La dignità oltre la deportazione

Mentre aumentano le deportazioni dagli Stati Uniti, migliaia di honduregni rientrano in un paese che spesso avevano lasciato da anni. Tra separazioni familiari, perdita delle reti sociali e difficoltà di reintegrazione, il lavoro delle Suore Scalabriniane e della rete Caritas offre un primo sostegno a chi è costretto a ricominciare.

Paese di partenza, Paese di ritorno

Ogni giorno, all’aeroporto di La Lima, atterrano voli provenienti dagli Stati Uniti con a bordo decine di honduregni deportati. Alcuni stringono ancora in mano una busta contenente i pochi documenti restituiti prima dell’imbarco. Altri non hanno più nulla. Per molti, il primo pensiero è riuscire a telefonare alla famiglia e dire semplicemente: «Sono vivo».

Molte persone rientrano senza documenti di identità e prive degli effetti personali che possedevano al momento dell’arresto, inclusi denaro e telefoni cellulari. Una condizione che accresce ulteriormente la fragilità di chi si trova già ad affrontare un ritorno improvviso e forzato.

Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), nei primi cinque mesi del 2026 sono rientrati in Honduras 19.545 con un aumento del 43% rispetto all’anno precedente. L’aumento dei rimpatri è strettamente legato all’inasprimento delle politiche migratorie statunitensi e all’accelerazione delle procedure di deportazione. Parallelamente, il transito di migranti diretti verso gli Stati Uniti è diminuito drasticamente. La maggior parte delle persone rimpatriate è costituita da uomini, molti dei quali arrivano dopo lunghi periodi di detenzione.

L’Honduras è storicamente uno dei principali paesi di origine della migrazione in America Centrale. Da decenni, povertà, disuguaglianze, violenza e vulnerabilità climatica spingono migliaia di persone a lasciare il paese alla ricerca di migliori opportunità. Per molti, il viaggio verso gli Stati Uniti ha significato attraversare Guatemala e Messico in condizioni di estrema precarietà, percorrendo rotte migratorie segnate da rischi, violenze e sfruttamento.

Negli Stati Uniti vivono circa 1,8 milioni di honduregni, molti dei quali hanno lasciato il paese per sfuggire alla mancanza di opportunità economiche e sociali. Oggi, però, il rafforzamento delle misure di controllo e delle procedure di rimpatrio adottate dagli Stati Uniti sta determinando un aumento significativo dei ritorni forzati verso l’Honduras.

Gran parte delle persone deportate o ritornate “volontariamente” appartiene alla fascia economicamente attiva della popolazione e contribuiva al sostentamento delle proprie famiglie attraverso il lavoro svolto all’estero e le rimesse inviate regolarmente in Honduras. Le rimesse costituiscono uno dei principali pilastri dell’economia nazionale: secondo la Banca Mondiale rappresentano oltre il 25% del prodotto interno lordo del paese.

Il rimpatrio forzato interrompe spesso questo flusso di risorse e comporta la perdita del reddito generato nel paese di destinazione. Per molti migranti il ritorno coincide con la necessità di ricostruire le proprie condizioni economiche e professionali in un contesto che continua a offrire opportunità limitate di occupazione e mobilità sociale. A queste difficoltà si aggiunge una dimensione meno visibile ma altrettanto rilevante: il cambiamento del ruolo ricoperto all’interno della famiglia. Chi fino a quel momento rappresentava una fonte di sostegno economico può trovarsi improvvisamente nella condizione di dipendere dall’aiuto di parenti, istituzioni o organizzazioni sociali. Un passaggio che può incidere profondamente sul benessere psicologico della persona e rappresenta uno degli aspetti più complessi dei percorsi di reintegrazione.

Le ferite della deportazione

Il supporto psicologico rappresenta oggi uno degli ambiti centrali dell’intervento dei centri che accolgono le persone deportate. Molti migranti arrivano profondamente segnati dall’esperienza della detenzione; altri presentano condizioni psicologiche aggravatesi durante la permanenza nei centri detentivi, spesso caratterizzata da isolamento e accesso limitato alle cure.

Tra i genitori deportati, la preoccupazione principale riguarda i figli rimasti negli Stati Uniti.

«Ho tre figli. La più piccola ha un anno e mezzo», racconta un padre appena rientrato in Honduras. «Ho lottato per nove mesi nel centro di detenzione con la speranza di poter uscire, ma all’ultima udienza hanno deciso per la mia deportazione».

Mentre parla, il pensiero torna continuamente ai figli rimasti negli Stati Uniti. «Mia figlia ha iniziato a camminare e io non c’ero. Mi sono perso tutto questo».

Nonostante la paura di essere arrestato nuovamente, sta già pensando di ripartire.

«Sono già in contatto con un coyote (trafficante). Vorrei riuscire a partire nelle prossime settimane. Ma allo stesso tempo non riesco a vivere pensando che i miei figli possano credere che li abbia abbandonati. Mi chiedono: “Papà, quando torni?”. Ma come si spiega a un bambino che cosa significa una deportazione?».

Per molti, il bisogno più urgente al momento dell’arrivo è riuscire a contattare la propria famiglia. Alcuni hanno lasciato l’Honduras anni o addirittura decenni fa e hanno costruito l’intera propria vita negli Stati Uniti. Una volta rientrati, si ritrovano spesso senza risorse economiche, reti di sostegno o punti di riferimento nel paese.

L’aumento dei rimpatri rappresenta una sfida crescente per l’Honduras, non solo sul piano dell’assistenza immediata alle persone deportate, ma soprattutto rispetto alla capacità di accompagnarne la reintegrazione sociale ed economica. Garantire opportunità di lavoro, accesso ai servizi e percorsi di inclusione risulta infatti fondamentale per favorire un reinserimento dignitoso e ridurre le condizioni che alimentano la migrazione forzata.

L’accoglienza e il ruolo della rete ecclesiale

In questo contesto operano il Centro de Atención al Migrante Retornado (CAMR) e Casa Guadalupe, due realtà supportate dalla Fondazione Scalabriniana della Congregazione delle Suore Missionarie di San Carlo Scalabriniane che offrono assistenza umanitaria immediata, supporto psicologico e orientamento legale alle persone deportate.

A partire dal 2025 i centri hanno registrato un forte incremento degli arrivi. Al CAMR i voli di rimpatrio sono diventati una presenza quotidiana, richiedendo una gestione rapida di persone stanche, disorientate e spesso prive di qualsiasi rete di sostegno.

Qui i migranti ricevono alimenti, kit igienici, una prima valutazione medica e psicologica e supporto logistico per raggiungere le proprie comunità di origine. Per coloro che non possono rientrare immediatamente, AHS offre un’accoglienza temporanea presso Casa Guadalupe.

La struttura ospita persone in condizioni di particolare vulnerabilità, offrendo uno spazio sicuro dove riposare, ricevere un pasto caldo e partecipare ad attività di supporto psicologico. Dalla sua inaugurazione, avvenuta il 27 marzo, Casa Guadalupe ha già accolto 165 migranti rimpatriati.

Tra loro c’è Edgar.

«Mi hanno rubato tutto: telefono, soldi e altri effetti personali. Non posso contattare nessun familiare perché non ricordo il numero di nessuno di loro. Non so dove andare. So che ho una zia che vive ancora in Honduras, ma non so come raggiungerla».

«Quando sono arrivato in aeroporto ero terrorizzato all’idea di dover dormire per strada. Poi suor Idalina mi ha detto: “Non ti preoccupare, vieni con noi”. All’arrivo a Casa Guadalupe, suor Albertina ci stava già aspettando con una cena che non dimenticherò mai».

E aggiunge: «Per mesi sono stato soltanto un numero. Oggi ringrazio Dio di aver trovato persone a cui importa davvero della mia situazione».

In questo contesto, Caritas Italiana sostiene i centri di accoglienza in collaborazione con la Fondazione Scalabriniana e dell’AHS in Honduras, contribuendo al rafforzamento delle attività di assistenza umanitaria e dei servizi di accompagnamento psicosociale e sanitario rivolti alle persone deportate. Parallelamente, è impegnata in un’iniziativa regionale volta a consolidare la rete di organizzazioni che operano nel campo della mobilità umana, tra cui le Caritas nazionali e numerosi attori della società civile honduregna. L’obiettivo è rafforzare la capacità di risposta ai bisogni delle persone migranti e promuovere azioni di advocacy sui temi della protezione, dei diritti e dell’inclusione sociale.

Aggiornato il 25/06/26 alle ore 12:28