28 Luglio 2026

Oltre la punizione

Giustizia minorile italiana: educazione, responsabilità e alternative alla detenzione.

Istituto penale per minorenni di Nisida| Incontro dei giovani Caritas (Tieni tempo 2)

Ogni società racconta sé stessa anche dal modo in cui guarda ai propri adolescenti. Li considera una risorsa ancora da accompagnare? Oppure persone ormai pienamente responsabili, alle quali chiedere di rispondere delle proprie azioni come fossero adulti?

La discussione aperta dal disegno di legge che introduce una presunzione relativa di capacità di intendere e di volere per i minori tra i quattordici e i diciotto anni va ben oltre una modifica del codice penale e interroga l’idea stessa di educazione e di comunità che stiamo costruendo.

Adolescenti: sono solo “adulti un po’ più piccoli?”

Da molti anni il sistema della giustizia minorile italiana rappresenta un punto di riferimento anche fuori dai confini nazionali, proprio perché ha posto al centro il minore, con le sue fragilità e potenzialità, perché era focalizzato sulla funzione educativa, sulla responsabilizzazione e sulla ricerca di percorsi alternativi alla detenzione. Non considerando l’adolescente come “un adulto, solo un po’ più piccolo”.

D’altro canto le neuroscienze, la psicologia dello sviluppo e l’esperienza educativa raccontano come la capacità di valutare le conseguenze delle proprie azioni, controllare gli impulsi e costruire relazioni mature sia un processo, in adolescenza, ancora in formazione. È proprio questa consapevolezza ad aver ispirato un sistema capace di coniugare responsabilità ed educazione, tutela della collettività e possibilità di cambiamento.

Oggi la strada che si vuole percorrere sembra differente, non si pensa in primis ad individuare le fragilità e prevenire la violenza, a proporre percorsi di accompagnamento in contesti problematici o dove la fragilità è più presente, si punta piuttosto ad esasperare la percezione di insicurezza, di rischio, si evidenziano gli episodi di violenza giovanile, che per stessa ammissione delle istituzioni non sono in aumento, per giustificare misure repressive. Misure, quelle proposte, presentate come strumenti per garantire giustizia e sicurezza, ma che rischiano di provocare effetti contrari.

La risposta efficace è solo quella della comunità educante

È interessante osservare che gli stessi documenti istituzionali dedicati alla presentazione dei dati sulla criminalità minorile indicano come priorità il rafforzamento delle reti educative, della scuola, della famiglia, dei luoghi di aggregazione e dello sport. Segno che la prevenzione continua a essere riconosciuta come il principale investimento sulla sicurezza.

La pena carceraria non è educativa, è giusto rispondere alle richieste di giustizia di chi ha subito un danno, è ovvio che un ragazzo debba rispondere delle proprie azioni, ma questo non necessariamente implica la detenzione in carcere.

È importante, invece, che il ragazzo comprenda l’errore, è necessario sostenerlo nell’acquisire consapevolezza del danno arrecato, è fondamentale facilitare un percorso di acquisizione di responsabilità che non solo aiuta il ragazzo a crescere ma previene ulteriori comportamenti devianti.

La società stessa deve essere sensibilizzata e accompagnata a comprendere che la mera punizione non produce maggiore sicurezza, mentre una società che riconosce e accoglie le fragilità, le accompagna, offre occasioni di riscatto investe sulla responsabilizzazione e sulla costruzione del bene comune, sta investendo su una sicurezza più duratura, quella che nasce da persone capaci di ritrovare il proprio posto nella comunità.

È in questa prospettiva che da sempre si colloca anche l’impegno di Caritas Italiana.

Attraverso il progetto Jobel, attivo insieme a diciassette Caritas diocesane nei territori in cui sono presenti gli Istituti penali per i minorenni, si sperimentano percorsi che mettono al centro la persona. L’obiettivo non è “giustificare” chi ha sbagliato, ma offrire gli strumenti perché quell’errore non diventi un destino.

L’impegno è duplice: offrire ai ragazzi che hanno commesso degli errori la possibilità di acquisire quelle competenze relazionali e sociali importanti per vivere in società. È trovare modalità personalizzate per valorizzare le potenzialità di ciascuno anche se spesso sono i ragazzi i primi a non riconoscersele.

Al tempo stesso, attraverso Jobel si offrono percorsi di conoscenza e di riflessione, in contesti quali scuole, parrocchie, luoghi di aggregazione giovanile, a quei ragazzi che non hanno commesso errori, in alcuni casi solo perché vivono in contesti meno a rischio o all’interno di famiglie più attente alla loro crescita o con maggiori “competenze” sociali e relazionali. Incontri, attività che costituiscono dei veri e propri percorsi di prevenzione.

Ma l’impegno delle Caritas sul territorio è rivolto anche alle comunità.

Nessun adolescente cresce da solo.

Ogni persona nasce, cresce, vive in un contesto, in una famiglia, in una comunità che, in vario modo incide sulla propria crescita. Acquisire questa consapevolezza può condurre ad una maggiore attenzione a fenomeni come la dispersione scolastica, la povertà educativa troppo spessa vissuta come qualcosa che non ci interpella. È necessario tornare a riflettere su una responsabilità condivisa. A partire da subito, in ogni azione.

La riflessione che in questi giorni accompagna il disegno di legge dovrebbe sempre più indurre una domanda: “come evitare che i ragazzi arrivino a commettere un reato?”, “cosa ciascuno di noi può fare?”. Ci auguriamo che sia questa la domanda che accompagnerà il dibattito parlamentare e la società intera.

Aggiornato il 28/07/26 alle ore 11:30