05 Ottobre 2026

Prima delle armi, le parole

Una guerra può cominciare da un pronome.

“Loro”.

Quattro lettere, sufficienti a tracciare un confine. Da una parte ci siamo noi, con i nostri nomi, le nostre storie, paure e convinzioni. Dall’altra rimane una massa indistinta, dissolta nella debole definizione di una provenienza, una religione, uno schieramento. E quando i nomi scompaiono, diventa più facile far scomparire anche i volti.

Le guerre hanno bisogno proprio di questa distanza. Prima che un essere umano possa diventare un bersaglio, occorre infatti che smetta almeno un poco di essere percepito come una persona.

Simone Weil lo aveva compreso rileggendo l’Iliade proprio negli anni in cui l’Europa tornava a precipitare nella guerra. Nel suo L’Iliade o il poema della forza, sostiene che la vera protagonista del racconto di Omero sia proprio la forza, non certo Ettore o Achille. Una forza capace di trasformare l’essere umano in un oggetto. Lo fa con chi viene colpito, umiliato, sottomesso. Ma, in modo diverso, lo fa anche con chi la esercita, fino a renderlo incapace di riconoscere nell’altro qualcosa di simile a sé.

Le parole hanno un peso

Le parole non premono un grilletto e non sganciano bombe. Sarebbe ingenuo attribuire alla comunicazione responsabilità che appartengono a precise decisioni politiche e militari. Le parole, però, possono rendere quelle decisioni pensabili, accettabili, persino inevitabili. Preparano il terreno sul quale la violenza troverà le proprie giustificazioni. Prima si costruisce il nemico, poi si spiega perché non esisteva altro modo per fermarlo.

Per questo la comunicazione non si limita di certo a raccontare, dall’esterno, la realtà. Ne è parte, perché decide che cosa rendere visibile e che cosa lasciare fuori dall’inquadratura, quali vite meritino un nome e quali possano essere riassunte in un numero, quali sofferenze debbano raggiungerci e quali invece possono restare lontane, quasi astratte.

Ogni racconto nasce da una scelta e ogni scelta lascia qualcosa ai margini. Il problema non è immaginare una comunicazione priva di un punto di vista. È sapere da quale punto si sta guardando e avere l’onestà di non far coincidere il proprio sguardo con tutto ciò che esiste. Ogni guerra, invece, reclama una narrazione semplice. Ha bisogno di dividere il mondo in campi opposti, perfettamente separati, di eliminare le domande.

La complessità non fa share

Riconoscere la complessità significa raccontare i fatti senza amputarli, cercare le cause, distinguere le responsabilità e continuare a vedere le persone anche quando si prende posizione, non certo attenuare la gravità di un’aggressione o cercare una neutralità impossibile davanti alle vittime.

È una ricerca che il nostro tempo rende sempre più difficile. La velocità premia le affermazioni nette, mentre il dubbio appare debole. Gli algoritmi ci restituiscono soprattutto ciò che conferma quanto già pensiamo. I protagonisti della vita pubblica possono rivolgersi direttamente a milioni di persone, aggirando ogni mediazione. L’opinione arriva prima dell’informazione e, talvolta, finisce per sostituirla.

La paura, poi, trattiene lo sguardo più a lungo della fiducia. Lo scontro produce più interazioni dell’incontro. Una parola gridata attraversa velocemente gli schermi, mentre una relazione ricostruita ha tempi più lenti e raramente diventa una notizia.

Anche la parola “guerra” si è consumata. Parliamo di guerra dei dazi, del grano, dei prezzi, degli ascolti. La usiamo per descrivere una competizione commerciale o sportiva e rischiamo di non sentirne più il peso quando indica città distrutte, persone uccise, famiglie costrette a lasciare la propria casa.

Con lo stile dei Centri di Ascolto

Comunicare la pace non significa allora nascondere il conflitto o costruire un mondo artificialmente pacificato, ma provare a raccontarlo senza trasformare chi ci sta di fronte in qualcuno da eliminare.

È una responsabilità che riguarda anzitutto il nostro modo di comunicare. Le nostre parole possono aprire una porta oppure chiudere una persona dentro una definizione. “Povero”, “migrante”, “fragile”, “beneficiario” sono termini talvolta necessari per descrivere un fenomeno o organizzare un intervento, ma insufficienti per contenere una vita.

Possiamo imparare dall’opera dei Centro di ascolto della Caritas, piccole scuola di comunicazione, nei quali prima di stabilire quale sia il problema, si lascia che una persona racconti la propria storia. E non sempre il racconto è lineare. Può avere silenzi, contraddizioni, ritorni. Ma ascoltare significa anche accettare che la realtà corregga l’idea che ce ne eravamo fatti.

Anche la comunicazione dovrebbe conservare qualcosa di questo ascolto. Non decidere in anticipo quale storia ottenere. Non usare i volti come prove, il dolore come richiamo emotivo, la vulnerabilità come scorciatoia per commuovere, ma accompagnare chi legge fino alla soglia di una vita e lasciargli il tempo di sostarvi. Mostrare non soltanto il bisogno, ma anche le risorse, i desideri, i legami e le possibilità di cambiamento.

Nella lettera inviata dal Policlinico Gemelli al direttore del Corriere della Sera, una delle ultime della sua vita, Papa Francesco scriveva: “Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra”. Subito prima aveva ricordato che le parole costruiscono gli ambienti umani, possono collegare o dividere, servire la verità oppure servirsene. In quel passaggio c’è un compito preciso per chiunque si occupi di comunicazione.

Disarmare le parole, allora, non significa renderle deboli, innocue o incapaci di denuncia. Significa liberarle dal pregiudizio, dal rancore e dal bisogno di ferire. Sottrarle alla logica per la quale, per affermare una verità, occorra umiliare qualcuno. Restituire loro il tempo della riflessione, la pacatezza e il senso della complessità.

Significa anche non permettere che la guerra e la violenza diventino normali. Esiste infatti un linguaggio che presenta il riarmo come inevitabile, le vittime civili come un costo, la distruzione come uno scenario. La ripetizione consuma lo scandalo e ciò che ieri ci appariva intollerabile finisce lentamente per entrare nel paesaggio.

Perché il racconto cambi davvero, però, non bastano parole migliori. Servono identità capaci di non chiudersi, istituzioni che non consegnino i più deboli alla legge del più forte, comunità nelle quali ci si possa educare alla pace e pratiche nonviolente che permettano di attraversare il conflitto senza distruggere l’altro.

La comunicazione può tenere aperto questo spazio. Può rendere visibili i gesti nei quali la pace esiste già, spesso lontano dai riflettori, non per convincerci che tutto vada bene, ma per ricordarci che alla violenza esistono alternative reali e che qualcuno, da qualche parte, le sta già praticando.

Non sappiamo se le parole possano davvero fermare le armi. Possiamo essere certi però che quasi nessuna arma riesce a lungo a fare a meno delle parole che la giustificano. Una guerra può cominciare da un pronome. La pace, forse, comincia quando, dopo aver detto “loro”, ci fermiamo e torniamo a chiedere un nome.

Aggiornato il 05/10/26 alle ore 15:33