12 Ottobre 2026

Nazionalismo e identità plurali

“Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri”. Lo scrive don Lorenzo Milani – febbraio 1965 – nella sua Lettera ai cappellani militari. 

Dividere il mondo. Ecco l’effetto immediato o a lungo termine di percorsi ideologici che vanno sotto il nome di nazionalismo, sovranismo, suprematismo, razzismo. Non tutti si presentano subito come “cattivi”. Ad esempio, c’è un “nazionalismo civico” (o liberale, a volte libertario) che ritiene di essere compatibile con i valori di libertà, tolleranza, uguaglianza, rispetto dei diritti dell’individuo. È pur sempre un’estensione ideologica dell’individualismo. Un egoismo di massa che facilmente degenera, e storicamente è avvenuto così, nel “nazionalismo etnico”.  

Il culto della nazione affonda le sue radici nel terreno che produsse la Rivoluzione francese. Abbattuta la monarchia, a investire i regnanti del potere non doveva più essere Dio stesso (nel concreto: i capi delle istituzioni religiose), ma serviva, appunto, una nuova istanza: la nazione. Si tratta di un mito, tanto quanto quello che teorizzava il diritto divino, il potere “Dei gratia”. Lo scivolamento progressivo da una nazione ammantata di civismo a una di natura etnica avvenne in tempi stretti. Già alla metà dell’800 ovunque, in Europa, presero forma le rivendicazioni “nazionali”, dapprima intese come liberazione dal “giogo straniero”, in seguito voltesi in pretese imperialistiche e in politica di potenza, fino a maturare l’idea dell’esistenza di nazioni superiori alle altre, con missioni civilizzatrici e di dominio globale. 

Spesso il nazionalismo, nato dalla negazione del diritto divino, recupera, ancora oggi, proprio la religione in chiave strumentale. L’esempio più lampante lo abbiamo visto nel Balcani, dove chi è serbo è anche ortodosso, chi è croato è anche cattolico e il terzo gruppo è definito, spesso, semplicemente come musulmano. 

Del resto, anche l’Italia, secondo il noto canto, si sarebbe destata in quegli anni, cingendosi la testa dell’elmo di Scipione, cercando la vittoria che Dio stesso avrebbe creato “schiava di Roma”. Ecco, forse consapevole del fatto che il nazionalismo etnico contiene i germi della violenza e dell’esclusione, don Milani scrisse: “Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei”. 

Patria, in questo senso, è sinonimo di nazione. Entrambi i termini si sono infilati perfino nella Costituzione italiana, considerati a suo tempo quasi come equivalente di “paese”, di “repubblica” o di “popolo”. In realtà non c’è una definizione univoca di nazione sul piano giuridico. Secondo Treccani si tratta del “complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica”. È chiaro che qui siamo di fronte a una visione tendenzialmente etnica. Quella che riemerge ai giorni nostri nel linguaggio della politica e che ha non poche conseguenze nefaste per l’intero pianeta. La prima è l’idea che la propria “nazione” venga prima di tutte le altre. È il sovranismo (e poi il suprematismo) che mina le istituzioni multilaterali poiché quest’ultime presuppongono, appunto, la cessione di sovranità, per il bene comune (“…valori ben più alti…”. MAGA e America First sono slogan sovranisti che si declinano in egual misura in ogni altro paese. Una seconda conseguenza è che su un territorio ci sono persone che godono di tutti i diritti (coloro che appartengono alla “nazione”) e altri che contano meno o anche nulla. Pensiamo alle minoranze culturali e religiose, alle persone immigrate, a situazioni complicate sul piano etnico, religioso e storico come Israele/Palestina. 

Quella di Israele è una situazione assai particolare. Contiene molti degli elementi che rendono problematica – anche per noi – l’idea di nazione. L’affermazione della legge del 2018, che definisce “Israele come Stato nazionale del popolo ebraico”, presuppone proprio l’esistenza di una nazione e, dunque, la piena legittimità degli stati nazionali. Come lo sono storicamente l’Italia, la Germania e le entità scaturite dalla dissoluzione dell’Impero asburgico. Il parallelo regge fino a un certo punto, dal momento che la fondazione dello stato d’Israele è punto di arrivo di ben altro percorso storico e in quella terra siamo in presenza di processi di nation-building del tutto sui generis.  

Anche dalle nostre parti, a suo tempo, si disse che “fatta l’Italia, bisognava fare gli italiani”. Dagli anni Venti del ‘900 fu politica ordinaria la “snazionalizzazione” delle minoranze, come quelle di lingua tedesca o slovena. Nel 1938 si proclamò che “alla base delle differenze di popolo e di nazione stanno delle differenze di razza” e che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana” e men che meno gli africani con la loro “faccetta nera” (ma ancora nel 2026 ho sentito con le mie orecchie un consigliere provinciale altoatesino dichiarare il suo orgoglio “di essere bianco”). Subito dopo, nel 1940, la “nazione” fu gettata in una guerra di conquista suprematista a fianco dei teorici del “sangue e suolo”.  

Tutto questo era ben chiaro a coloro che, nell’Assemblea costituente, scrissero dell’uguaglianza di tutti “davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (art. 3), dando così della “Repubblica” una consistenza ben diversa da quella della “nazione etnica”. Scrissero anche che la Repubblica tutela le minoranze linguistiche (art. 6) e che “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere” (art. 8). Si era tra il 1946 e il 1948. 

Oggi, ottant’anni dopo, papa Leone sente il bisogno di ricordare che “trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata” sono elementi che fanno “sempre più parte del panorama contemporaneo”. E dichiara che si tratta di “forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio”. 

“Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri…”, scriveva don Milani. Non lo abbiamo questo diritto. Oltre le ideologie, l’esperienza reale è quella di identità plurali, secondo la logica dell’et-et, anziché quella dell’aut-aut. Non individui monodimensionali ma persone in relazione e dunque fulcro di identità multiformi. La scienza ci dice che esiste una sola razza umana. La storia smonta i nostri pregiudizi e i costrutti ideologici. E la politica del bene comune non è mai tale se divide, contrappone, emargina l’altro o lo elimina. 

Il priore di Barbiana, nel 1965, invitava a non “credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei”. E non parlava solo ai cappellani militari. 

Aggiornato il 12/10/26 alle ore 19:37