23 Ottobre 2026

Prigionieri nella propria terra

Nel Chocó colombiano, intere comunità vivono prigioniere dei propri territori, tra violenze, isolamento e diritti negati.

Due voli da Bogotá e poi tre ore di navigazione verso nord, lungo la costa pacifica colombiana. Il mare è poco clemente e il viaggio lo affrontiamo chiusi nella stiva di una barca, in uno spazio angusto dove l’aria sembra mancare e il movimento incessante delle onde provoca il mal di mare anche a chi non lo ha mai sofferto. È l’unica via per raggiungere Juradó, nel dipartimento del Chocó, all’estremo nord della costa pacifica, al confine con Panama. Donne incinte, anziani e persone con disabilità: chiunque abbia bisogno di raggiungere il municipio deve affrontare questo viaggio, a meno di riuscire a trovare posto su un piccolo aereo, il cui volo dipende dalle condizioni meteorologiche. Qui la geografia non è soltanto una questione di distanze: determina l’accesso alle cure, all’istruzione e ai servizi essenziali e, in definitiva, alle opportunità di vivere dignitosamente.

Juradó è uno dei territori più isolati della Colombia. La sua popolazione, composta in maggioranza da persone indigene e afrodiscendenti, convive con la precarietà dei servizi, la fragilità economica e la pressione costante degli attori armati. La regione si trova in prossimità del Tapón del Darién, la vasta area di giungla al confine tra Colombia e Panama, attraversata per anni da centinaia di migliaia di persone in viaggio verso nord, esposte ai pericoli della selva, alla violenza e agli abusi. Oggi, mentre l’attenzione internazionale sulle rotte migratorie si è in parte spostata altrove, l’emergenza continua per chi in questi luoghi vive da sempre. L’accesso all’acqua potabile, alla salute e all’istruzione rimane limitato, mentre la sicurezza alimentare e la possibilità di sostenersi attraverso il proprio lavoro rappresentano una preoccupazione quotidiana. A tutto questo si aggiunge il controllo del territorio da parte degli attori armati, che condiziona profondamente la vita quotidiana della popolazione.

Tornare a casa senza sentirsi al sicuro

È lungo il fiume Apartadó, nel cuore della foresta, a 30 minuti di navigazione da Juradò,  che incontriamo il governatore di una comunità indigena Emberá. La sua testimonianza restituisce un volto concreto alle conseguenze del conflitto armato e alla difficoltà di vivere in questo territorio.

Nel dicembre 2023, le ventotto famiglie che compongono la comunità sono state costrette ad abbandonare la propria terra da un giorno all’altro. Più di cento persone hanno trovato rifugio in una sola casa nel municipio di Juradó, dove sono rimaste per oltre due anni, lontane dalle proprie abitazioni e dalla terra da cui dipendeva il loro sostentamento. Solo recentemente, grazie all’accompagnamento dell’Unidad para las Víctimas, l’istituzione governativa che assiste le vittime del conflitto armato, hanno potuto fare ritorno alla propria comunità.

Eppure, il ritorno non cancella il timore che tutto possa ricominciare. Gli equilibri rimangono fragili e la possibilità di un nuovo sfollamento continua a pesare sulle comunità fluviali, ma anche su chi vive nella zona urbana.

«È difficile pensare al futuro quando hai un fucile puntato addosso», ci racconta il governatore.

Dietro queste parole c’è la paura di perdere nuovamente tutto, di dover abbandonare ancora una volta la propria casa e ricominciare da zero, senza sapere per quanto tempo sarà possibile restare. Oggi la comunità è sottoposta a confinamento forzato, i suoi abitanti, la cui sopravvivenza dipende anche dalla caccia e dalla pesca, non possono muoversi liberamente né accedere con regolarità alle risorse del proprio territorio.

Il confinamento forzato: una crisi invisibile

Il confinamento è una delle forme meno visibili della violenza del conflitto armato colombiano. Non costringe necessariamente le persone ad abbandonare le proprie case, ma le imprigiona nei propri territori, impedendo loro di muoversi liberamente, coltivare i campi, pescare, raggiungere i servizi sanitari o mandare i figli a scuola.

Una comunicazione della Defensoría del Pueblo relativa al periodo gennaio-agosto 2026 riporta 80.369 persone colpite dal confinamento a livello nazionale e 15.641 nel Chocó. A pagare il prezzo più alto sono soprattutto le comunità indigene e afrodiscendenti, esposte non soltanto alle restrizioni alla mobilità, ma anche al reclutamento di minori, alle minacce contro chi difende i diritti umani e al controllo esercitato sulle autorità e sulle organizzazioni comunitarie.

La violenza compromette così la sicurezza, i mezzi di sussistenza, l’autonomia delle comunità e la continuità delle tradizioni ancestrali, trasformando il confinamento in una privazione della libertà e in un ostacolo concreto al diritto di vivere dignitosamente nel proprio territorio.

Il terremoto aggrava le fragilità

Il terremoto del 10 agosto 2026, di magnitudo 7,4 ed epicentro a San José del Palmar, nel Chocó, ha aggravato la vulnerabilità di queste comunità già segnate dal conflitto armato, dall’isolamento geografico e dalla precarietà dei servizi essenziali.

I danni alle abitazioni e alle infrastrutture, insieme alle difficoltà di accesso e comunicazione, rendono più complessi i soccorsi e la distribuzione degli aiuti, soprattutto nelle aree rurali più remote. Probabilmente, l’unico risvolto positivo di questa tragedia è stato riportare l’attenzione internazionale e delle istituzioni colombiane su territori difficilmente accessibili e troppo spesso dimenticati. L’emergenza sismica si sovrappone così a una crisi umanitaria preesistente: per chi vive già in condizioni di insicurezza e povertà, ricostruire la propria vita diventa ancora più difficile.

Non c’è pace senza giustizia

Come ricorda papa Leone XIV, non può esserci pace senza giustizia. In Colombia, costruire la pace significa garantire alle comunità il diritto a vivere dignitosamente nei propri territori e tutelare la giustizia socioambientale. Nel Chocó, non solo il confinamento e lo sfollamento forzato, ma anche le economie illegali, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’espropriazione delle terre minacciano i diritti dei popoli indigeni e afrodiscendenti e il loro legame ancestrale con fiumi e foreste.

Perché una pace duratura non si misura soltanto dall’assenza delle armi, ma dalla libertà delle persone di abitare, custodire e decidere il futuro dei luoghi a cui appartengono.

Il lavoro degli operatori di pace, soprattutto della Chiesa, è fondamentale per accompagnare le comunità, dare voce ai territori dimenticati e sostenere percorsi di riconciliazione. In questa direzione si inserisce il Gruppo di lavoro per la Colombia (GTC), promosso da Caritas Colombiana, di cui Caritas Italiana è parte attiva. Tra le priorità: difendere l’attuazione dell’Accordo di pace a dieci anni dalla firma, proteggere i leader sociali e denunciare i danni delle economie illegali e dello sfruttamento delle risorse naturali. Come ricordava papa Francesco, costruire la pace è una responsabilità condivisa, da rinnovare ogni giorno.

Il lavoro di Caritas: accanto alle comunità

In questo contesto, Cáritas Colombiana, con il sostegno di Caritas Italiana, è tra le poche organizzazioni umanitarie presenti sul territorio. Attraverso programmi di assistenza umanitaria, accompagnamento psicosociale e orientamento socio-giuridico, sostiene le comunità colpite dalla violenza e accompagna anche le persone rientrate nei propri territori.

Aggiornato il 23/10/26 alle ore 10:06