20 Ottobre 2026

Don Angelo, la liturgia della prossimità

Un ospedalino per bambini affetti da malnutrizione, un progetto di agricoltura sostenibile e tante visite ai più poveri delle periferie, tra strade infangate e baracche senza pavimento. Era la missione di padre Angelo Esposito, fidei donum della Chiesa di Napoli quando ha scelto di vivere con gli ultimi del Guatemala. La sua scomparsa, avvenuta il 7 ottobre, giorno della Madonna del Rosario, per gli amici italiani pesa tanto. Forse pesa ancor di più per don Esteban, Yury, Lupe, Gerardo e le centinaia e forse migliaia di piccoli e grandi amici con cui ha vissuto per circa 20 anni a Tacanà, la terra dei nativi Mam, tra i vulcani del Guatemala.

Ordinato sacerdote il 2000, padre Angelo aveva scelto dopo qualche viaggio in Paesi in via di sviluppo di fermarsi in America Latina. Non per la natura di un verde intenso che toglie il fiato, la vista di bambini, scalzi e denutriti, toccava questo giovane prete che, dalla provincia di Napoli, aveva chiesto di essere dono per la diocesi di San Marcos. Non una scelta comoda per il sacerdote, raggiungere villaggi sperduti in un’area di 300 chilometri quadrati su strade improbabili quando, dopo la pioggia, diventano spesso letali. Una decisione impegnativa, anche fisicamente, richiedeva di partire all’alba e con una buona dose di coraggio per visitare dei poveri contadini. Narcotrafficanti e bande di disperati, capaci di aggredire chiunque, erano e sono pericoli quotidiani per chi viaggia in quest’are di frontiera tra Guatemala e Messico.

L’incontro con le comunità per portare i sacramenti a chi non poteva muoversi – malati e poveri che vivono con un euro al giorno – le celebrazioni di matrimoni e riti comunitari, dove anche 20 o 30 bambini venivano battezzati insieme, erano momenti che riempivano il cuore, suo e dei tanti che lo aspettavano per un giorno di festa. Padre Angelo ha lottato per la loro salute. Raccolte di fondi e lotterie di beneficenza si sono sommate alle richieste di risorse per un centro medico. Medici, infermieri e personale vario, hanno costituito un progetto dedicato agli angeli custodi, “Los Angelitos”, di chi come lui, ha vegliato sulla salute dei dimenticati: vecchi e bambini. La catena dei volontari partita dagli amici napoletani, è arrivata a tutta Italia, fino agli Usa.

Una vita donata sino alla fine, come hanno ricordato tante persone a Tacanà con gli amici di sempre dell’amata Napoli. Circa un anno fa la scoperta del melanoma lo ha fatto tornare in Italia. Le cure a Roma e in tanti centri sono state la sua ultima via crucis. Una vita donata, è stato il messaggio del cardinale di Napoli, don Mimmo Battaglia, alle esequie in cui tantissimi, sacerdoti e amici, si sono stretti ai fratelli nel momento dell’ultimo saluto.

“Nelle baracche del Guatemala, don Angelo ha celebrato una liturgia fatta di vicinanza, di sguardi, di silenzi condivisi. Ha capito che l’altare più bello è la mensa dei poveri. Non ha offerto teorie, ma la sua stessa esistenza. Ha imparato dai piccoli la dignità dell’attesa, lo stupore per i germogli più fragili e la resistenza mite di chi non si lascia rubare la speranza”, ha ricordato Battaglia, per sottolineare come anche nel dolore, l’attività sia continuata.

“Negli ultimi tempi, la sua carne è diventata essa stessa terra di missione. Una terra ferita, fragile, eppure visitata dalla Grazia. Non ci sono state parole altisonanti in questi due anni, ma c’è stato il capolavoro della pazienza. Quella pazienza che non è rassegnazione passiva, ma è il custodire la fiducia anche quando la notte si fa fitta e il corpo non obbedisce più. Don Angelo ha vissuto la sua croce con l’umiltà di chi sa che il discepolo non è più grande del Maestro”.

Il novenario nella diocesi di San Marcos continua a ricordare, nella preghiera e nei canti di Radio Tacanà, come padre Angelo sia stato vicino a tutti, dono senza confini.

«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24)

Aggiornato il 20/10/26 alle ore 16:37