“Desertificazione” non basta
Foto credit, Tom Devriendt
La Giornata Mondiale per la Lotta a Desertificazione e Siccità si celebra dal 1994: ricorrenza recente, ma datata alla luce degli approfondimenti scientifici degli ultimi decenni. Nel tempo, il suo significato è mutato ed oggi è occasione per una riflessione più sedimentata, completa, forse ancora più significativa di quando fu istituita dalle Nazioni Unite oltre quarant’anni fa. Il Sahel Centro-Occidentale che comprende Senegal, Mali, Burkina Faso, Chad, Niger, Mauritania – particormente esposto al cambiamento climatico – e la complessità dei fenomeni qui in atto che un tempo si sarebbero definiti ‘desertificazione’ offrono un osservatorio privilegiato.
Come la Convenzione delle Nazioni Unite per Combattere la Desertificazione del17 giugno 1994 ricorda, ‘per “desertificazione” si intende il degrado del suolo nelle aree aride, semiaride e subumide secche, derivante da diversi fattori, tra cui le variazioni climatiche e le attività umane’: l’idea era che fosse in atto nel pianeta un’inesorabile avanzata dei deserti, soprattutto ai loro confini. Ma quella della desertificazione è più esattamente la storia di un concetto. Prima dell’arrivo dei francesi nel Sahel, la regione aveva per secoli prosperato grazie alla simbiosi fra agricoltori sedentari e pastori semi-nomadi alla guida di mandrie transumanti, al libero pascolo dopo il raccolto e lontani dalle coltivazioni durante semina e crescita, in flessibile alternanza e ciclica rigenerazione dei suoli. L’amministrazione coloniale portò una logica di rendita produttivista e percepì ‘sprecata’ l’immensità della terra in uso agli allevatori. Questa, si pensava per loro responsabilità, stava impoverendosi e desertificandosi: il pastore era diventato un nemico pubblico. L’età postcoloniale eredita lo stesso approccio modernizzatore ostile all’allevatore nomade, e la stessa tradizione repressiva attraverso corpi forestali governativi per impedire pratiche che si ritenevano retrograde, dannose, desertificanti, non senza aspri toni razziali contro gruppi politici antagonisti. Dopo le grandi siccità degli anni ’70 e ’80, e nel revival neo-Malthusiano sulla scarsità delle risorse a fronte di un boom demografico impetuoso, le retoriche si globlalizzano, confuse fra concetti diversi: temperatura, erosione, impoverimento suoli, perdita di varietà e vegetazione, pluviometria cangiante. Inaugurando l’idea della ‘desertificazione’ inarestabile e ubiqua, allargata negli anni ’90 alla scala planetaria, fu l’epoca di Convenzioni internazionali, finanziamenti, grandi interventi per arrestare la presunta avanzata del deserto, fra tutti il Great Green Wall. Pochi gli indicatori affidabili, e allora senza l’evidenza scientifica che la mobilità pastorale era uno strumento di rigenereazione: strategia di resilienza e adattamento, scambiata per problema da risolvere.
Il cambiamento climatico, se non il suo controverso sotto-fenomeno della ‘desertificazione’, è in atto.
La temperatura nel Sahel dal 1975 è aumentata di 1/3°, 1,5 volte la media mondiale, con proiezioni d’aumento rispetto all’epoca preindustriale di 2° al 2030, 2,4° al 2050, e persino 4,3° al 2080. La popolazione afflitta dalle ondate di calore almeno 1 volta l’anno salirà da 4,3% del 2000 a 19,9 % nel 2080, con in media 59 giorni ‘molto caldi’, portando i casi di morte da 2,4 a 9,6 su 100.000 abitanti nel 2080. Le alluvioni si stanno facendo erratiche, con ipotesi di aumento piovosità del 25% fino al 2040, in modo disomogeneo sul territorio e discontinue nel tempo. Le ‘tempeste violente’ dal 1982 sono ad oggi triplicate. L’umidità al suolo potrebbe ridursi fra l’0,8 e 1,2% nel 2080 dal 2000, e l’evapotraspirazione aumetare del 2,4% nel 2030, 3,5 % nel 2050 e 6,4 % nel 2080, rispetto al 2000. Già oggi, per assenza di infrastrutture di stoccaggio, il 50% delle acque evapora prima dell’uso, mettendo il 40% della popolazione a rischio insicurezza alimentare, con scenari di riduzione dell’acqua procapite del 40% al 2080. L’area coltivabile esposta ad almeno 1 siccità annua potrebbe aumentare fino al 32,1% nel 2080, e dal 2000 al 2080, i rendimenti potrebbero ridursi del 9,8% per il mais e 7,6% per miglio e sorgo. L’impatto sul PIL dal 2021 al 2050 potrebbe essere del 10,2% per il Mali, 10,3% il Chad, 10,8% per il Niger.

Una prospettiva di pressione sulle risorse che impatta su una preesistente fragilità, a danno della coesione. L’Indice di Sviluppo Umano vede Mali, Burkina Faso, Chad e Niger dal 186° al 190° posto su 193, e secondo il Global Food Security Index, i detti paesi sono fra 85° posto e 103° su 113. L’occupazione informale va dal 89,21% al 98,49% e l’agricoltura occupa fra il 60 e 80% della forzalavoro. La mortalità infantile su 1.000 nati e quella dei bambini sotto ai 5 anni tocca il suo picco mondiale in Niger, rispettivamente a 65,6 e 110,7. Il numero di figli per donna è di 5,1 in Mali, 6,03 in Chad, e 5,9 in Niger, l’aspettativa di vita non supera i 55,2 in Chad, mentre nei 5 paesi gli odierni 89 milioni di persone toccheranno i 211 nel 2050: già oggi, l’età media va dai 15,7 anni dei chadiani ai 19,8 dei senegalesi (i più anziani del Sahel). Preoccupanti i dati sulla governance. L’indice di corruzione percepita vede su 181 paesi il Mali al 136° posto, il Chad al 157°, il Niger al 124°. Il Global Peace Index colloca il Mali al 154° posto su 163, Burkina Faso al 149°, Chad al 145°, e Niger al 146°; mentre su 179 paesi il Chad è il 10° più fragile al mondo, 14° il Mali, 19° Niger, 21° Burkina Faso. Per esposizione al terrorismo Burkina Faso, Niger e Mali sono 2°, 3° e 5° nel pianeta, e rispettivamente 9°, 11° e 13° per intensità del conflitto interno.
Le conseguenze su stabilità e coesione di questo ingorgo di fenomeni climatici, demografici e economici sono molteplici, sebbene indirette. In primo luogo, una conflittualità multidirezionale.

Spicca il conflitto che divide allevatori da contadini, in competizione per terre, acque, erbaggi. Ma anche allevatori fra loro per foraggio e diritti di passaggio, allevatori contro pescatori per le acque basse, coltivatori fra loro per terre fertili, pescatori fra loro per diritti di pratica, pescatori e coltivatori per i bassi-fondi inondati, ed ognuno contro minatori tradizionali per l’uso di terre e inquinamento estrattivo. Conflitti antichi quanto lo stesso Sahel, fra categorie complementari e simbiotiche che usavano le stesse risorse ciclicamente in modo ordinato e da sempre mediati da istituzioni tradizionali, oggi contestate e sotto attacco, e istituzioni statali, oggi combatture perché repressive, ostili, corrotte. Vi è poi lo scontro armato, con due crisi principali: la regione del Liptako-Gourma e quella del Lago Chiad. Si confrontano gruppi armati anche di ispirazione jihadista infoltiti da giovani senza prospettiva, miliziani civili in autodifesa comunitaria su base etnica, e le stesse forze dello stato. Gli attacchi ai villaggi del Sahel a scopo terroristico e relativi esodi hanno prodotto ad oggi 2.062.534 di sfollati in Burkina Faso, 414.524 in Mali, 218.213 in Niger, almeno 3.800 scuole e mille strutture sanitarie chiuse. 11,4 milioni di persone sono in insicurezza alimenatre, e circa 10.000 i morti dal 2012. La crisi del lago Chad, dove agisce Boko Haram, vede invece 3.254.569 di sfollati coinvolti, e 7,4 milioni di persone afflitte da insicurezza alimentare, di cui 2,9 milioni in Chad. Una seconda conseguenza diretta dell’impatto climatico è la mobilità umana in fuga da condizioni impraticabili per erraticità, tempeste, deforestazione, siccità, temperature insopportabili, con azione diretta sull’aspetto economico e riduzione di possibilità già scarse. La migrazione è una stategia adattativa per ricerca di attività, mercati, servizi, risorse, lavoro: ma questi movimenti mettono sotto pressione risorse scarse negli ambienti ospiti (terra, acqua, servizi, lavoro, cibo), con riattivazione di conflitti latenti anche etnici. Terza conseguenza dell’impatto climatico, le sofferenze legate a fasce deboli e svantaggiate come anziani, bambini, disabili e soprattutto donne. Queste nel Sahel contribuiscono per il 40% alla produzione agricola e 80% alla trasformazione dei prodotti, con sovraesposizione alle conseguenze dei cambiamenti. La piovosità erratica e la scarsità d’acqua allunga le distanze da percorrere, incombenza femminile, con aumento di stanchezza e rischi di violenza nel tragitto. La riduzione di acqua implica meno igiene mestruale, mentre la riduzione del reddito famigliare aumenta il rischio di matrimonio precoce, sesso per sopravvivenza, abbandono scolastico, lavoro minorile, gravidanza precoce, con carico di violenze fisiche, emotive, sessualii. La salute delle donne in età rirpoduttiva è poi più a rischio in caso di danneggiamento dei servizi sanitari, mentre gli esodi per calamità climatiche rimuovono gli elementi comunitari che di solito tutelano la quotidiana sicurezza femminile.

Mentre il cambiamento climatico è in atto, il semplicistico concetto di ‘desertificazione’ spesso con esso confuso si è nel tempo scontrato con la mancanza di cosistenza scientifica e evidenze contrarie. L’idea di un’avanzata dei deserti come macro-fenomeno mondiale, e che questo sia all’origine di scarsità di risorse e conflitto, ha lasciato il posto ad una lettura più sfumata dei contesti. Il conflitto non prende il sopravvento in virtù d’avverse condizioni climatiche, che sono moltiplicatore di dinamiche inique sedimentate, inazione di autorità screditate, mancanza di politiche tanto statali quanto locali di governo delle risorse inclusivo. Si aggiungano corruzione, abbandono, disugalianze, posizionamenti idologici, discriminazione, esclusione, autoritarismo. Non mancano poi le evidenze che da almeno 25 anni sono in aumento gli spazi verdi nel Sahel e crescenti i rendimenti, e ad un aumento del livello delle acque del Lago Chiad, ridotto dagli anni ’60 del 90%, ma da vent’anni in ripresa. Ossificatasi in una narrazione (coloniale prima, post-coloniale dopo, neo-colonaile oggi), la ‘desertificazione’ ruota su due estremi infondati: colpevolizzazione politica delle realtà pastorali locali e successiva generalizzazione ad un fenomeno mondiale. La prima ha esposto a repressione, diffusione di odio etnico e pubblica umiliazione di gruppi svantaggiati, vera origine del conflitto nel Sahel; la seconda, ha aperto la strada a gigantesci interventi governativi o di organizzazioni internazionali su retoriche di modernizzazione e sviluppo, buracratizzate calate dall’alto. Oggi è noto che non ci sono fenomeni inesorabili innazi ai quali siamo disarmati e quello che si riteneva ‘desertificazione’ è in realtà da leggere nel più articolato tema del cambiamento climatico. I suoli del Sahel non sono pietre in balia degli eventi, ma più simili ad animali vivi: si ammalano e soffrono ritraendosi, ma anche si rigenerano e interagiscono con gli stimoli dei loro rispettivi ambienti.
Le soluzioni sono adattamento climatico e resilienza, uscendo dalla logica emergenziale: preparazione agli shock con investimenti in servizi per ridurrne l’impatto degli eventi e reagire rapidamente, soprattutto infrastrutture idriche, strade, ponti, dighe, riserve, corridoi di pascolo separati. Istituendo poi nel medio periodo una governance condivisa e insclusiva, e partecipazione preventiva di associazioni di giovani e donne. Da facilitare la diversificazione delle attività alternando colture e allevamenti in base al momento e cicli diversidicati. La professionalizzazione dei produttori e la moltiplicazione delle possibilità di impiego preparerebbe poi la popolazione alle conseguenze degli shock. Un ruolo essenziale va restituito infine alle autorità tradizionali che per secoli hanno mediato il conflitto.
Che il 17 giugno sia la giornata per ricordare quanto gli ecosistemi sono delicati, quanto le questioni climatiche complesse, e a quanti livelli gli ecosistemi interagiscono negli specifici ambienti con gli elementi antropici, in positivo o in negativo.

*Operatore di Caritas Italiana in AfricaAggiornato il 17/06/26 alle ore 13:08


