01 Maggio 2026

Fondata sul lavoro

In Italia cresce l’occupazione, ma la povertà non diminuisce. Caritas Italiana avvia un percorso su lavoro povero, nero, grigio e sfruttato per ascoltare i territori e costruire proposte.

Entrare in un negozio e comprare una maglia di cotone a meno di dieci euro, pensando di avere fatto un affare. Ordinare online un giocattolo e riceverlo in ventiquattr’ore, più economico che in qualsiasi negozio. Assumere una collaboratrice domestica e pagarla, d’accordo con lei, in parte fuori busta: “conviene a entrambi”, ci si dice. Consegnare pasti in bicicletta per tre euro a consegna, sotto la pioggia, e li chiamano “lavoratori autonomi”. Vivere in un capannone, lavorare in sartoria dodici ore al giorno, senza permesso di soggiorno e senza diritti, senza parlare con nessuno. L’altra faccia dell’alta moda italiana. Così, l’affare che pensiamo di fare ha sempre un costo che non vediamo. E questo costo lo paga qualcun altro. È il prezzo di un diritto negato.

Che cosa hanno in comune queste situazioni? In tutti i casi stiamo parlando di lavoro. Lavoro nero, lavoro grigio, lavoro povero, lavoro sfruttato. Una dimensione che si è consolidata negli anni, complici le crisi economiche, l’inflazione, la stagnazione salariale, il blocco della produttività.

Quando lavorare non protegge più dalla povertà

Perché in Italia cresce l’occupazione, eppure la povertà non diminuisce?

I dati ISTAT e i dati Caritas concordano. Nel 2025 il tasso di occupazione ha superato il 61%, tra i livelli più alti degli ultimi decenni. Eppure oltre 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta. Come è possibile?

La risposta è nel tipo di lavoro che cresce. Oltre il 70% delle nuove assunzioni è a tempo determinato, spesso sotto i dodici mesi. Part-time involontario, contratti spezzettati, false partite IVA: questa è la struttura del lavoro che aumenta. E sullo sfondo, un dato che non ha eguali in Europa: tra il 1991 e il 2023 i salari reali sono cresciuti del 48% negli USA, del 30% in Francia e Germania. In Italia la variazione è negativa. I lavoratori italiani guadagnano oggi, in termini reali, meno di trent’anni fa.

Anche i dati Caritas raccontano questa trasformazione. Nel 2007 gli occupati tra le persone che si rivolgevano ai nostri servizi erano il 15%. Nel 2024 sono diventati il 23,5%: quasi uno su quattro. Lavorare non mette più al riparo dalla povertà. Non la previene, nè aiuta a uscirne.

Il lavoro grigio che sfugge allo sguardo

E allora chi sono questi lavoratori poveri, in nero, in grigio? In quali settori lavorano? Per quante ore? Che carichi familiari hanno? Perché non denunciano? Nemmeno noi, in Caritas, abbiamo ancora dati precisi su questo. Il problema, allora, potrebbe essere forse più diffuso, più ramificato e meno leggibile di quanto ancora non si sia in grado di cogliere.

Il lavoro grigio, formalmente regolare, sostanzialmente illegale, è già più diffuso del lavoro completamente nero in molti territori. Lo sfruttamento si è esteso ai rider, all’alta moda, all’agricoltura. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro rileva irregolarità in oltre il 60% delle aziende controllate. Le catene del subappalto mascherano in modo quasi impenetrabile filiere deregolate in cui si annidano situazioni di sfruttamento disumane. Gli operatori Caritas che presidiano quelle agroalimentari da anni ci hanno allertato: “è una bomba pronta ad esplodere”.

C’è anche un punto di vista che sembra mancare nel dibattito: quello delle imprese. Quelle virtuose, che vorrebbero fare tutto in regola e si trovano schiacciate dalla concorrenza sleale di chi abbassa il costo del lavoro attraverso il grigio e il nero. La nostra citata maglia a buon mercato, non danneggia solo chi la realizza materialmente: danneggia anche il produttore italiano che non può competere rispettando le regole. È una questione di giustizia sociale, di diritti, di dignità. Ma anche di mercato.

Capire, ascoltare, proporre

Per la Chiesa, il lavoro non è mai soltanto una questione economica o contrattuale. È una questione profondamente umana e sociale.

Giovanni Paolo II, nella Laborem exercens, lo definiva “la chiave della questione sociale“, la chiave “per rendere la vita umana più umana“.

Papa Francesco, nell’Evangelii gaudium, ha indicato la direzione di questa umanizzazione con quattro parole decisive: un lavoro “libero, creativo, partecipativo e solidale” (EG 192). È a partire anche da questa visione che il lavoro povero, grigio, nero o sfruttato non può essere considerato un danno collaterale del mercato: è una ferita alla dignità della persona, alla giustizia sociale e alla fraternità che tiene insieme una comunità.

Non è remoto il rischio, anche nell’ascolto e nell’osservazione dei territori, che possa emergere un peggioramento della quota dei lavoratori che hanno bisogno di aiuto e che per questo si rivolgono alle Caritas in tutta Italia. Si tratta di esperienze che daranno vita a un percorso di ricerca per continuare ad ascoltare gli operatori e le persone che vivono queste condizioni, ascoltare gli imprenditori, valutare gli interventi di inserimento lavorativo che promuoviamo per costruire proposte concrete da mettere a disposizione dei decisori politici.

Aggiornato il 01/05/26 alle ore 00:02